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In occasione del Primo congresso del Partito Socialista in programma nei giorni 4/5/6 Luglio a Montecatini Terme, i giovani socialisti di Roma hanno organizzato una partita di calcio tra i rappresentanti delle tre mozioni. Ogni squadra sarà allenata (o capitanata) dal rispettivo candidato alla segreteria della mozione.
La partita si svolgerà sabato 5 Luglio al termine dei lavori congressuali a Montecatini (le indicazioni del campo e altre info logistiche verranno date successivamente).
Chiunque fosse interessato deve comunicare la propria disponibilità ai seguenti indirizzi e-mail.

Per la squadra della mozione n.1 e n. 2 contattare
Andrea Pisauro 3404839006 micheleandrea.pisauro@fastwebnet.it

Per la squadra della mozione n. 3 contattare:
Mattia Di Tommaso 3395810492 mattiaditommaso@yahoo.it

da www.labouratorio.it

Labouratorio non ci casca.

Berlusconi, è vero, pensa sempre prima agli affaracci suoi, non ha senso dello Stato e altro non fa altro che approfittarsi della sua posizione per salvare rete 4, disinnescare per via parlamentare i provvedimenti giudiziari che lo riguardano e via discorrendo.
Berlusconi è vero, fa tutto ciò a completo discapito del paese, come la norma blocca processi che insieme al famigerato processo Mills in cui è imputato il presidente del consiglio, stopperà per un anno qualche decina di migliaia di processi per reati come stupro o aggressione, con il duplice rischio di affossare tanto i processi quanto l’intera macchina-giustizia.

Berlusconi però a Labouratorio non la da a bere.

L’accanimento e la pervicacia degne di miglior sorte con cui sembra confermare i peggiori presagi del girotondismo duro e puro suonano francamente sospetti in una fase in cui la “pax veltroniana” sembrava essere diventata la cifra del comportamento dell’opposizione.
La platealità e la sfrontatezza con cui il Cavaliere ha proposto i provvedimenti citati, quasi “sbattuti in faccia” all’opposizione, sono infatti sembrati la strada per costringere Veltroni e il PD su posizioni di opposizione più intransigente e barricadere puntando a riproporre in qualche modo lo schema del 2001-2006.

Intendiamoci, era illusorio pensare, come Veltroni evidentemente ha fatto, che Berlusconi non ritornasse a trattare, a modo suo s’intende, la questione giustizia: troppo grande il rischio di subire una condanna nel processo Mills o qualche altra iniziativa da parte della magistratura milanese. Ma proprio per questo risulta difficile comprendere come fosse possibile una trattativa con uno degli interlocutori, Berlusconi appunto,che ritiene a torto o a ragione di avere una pistola carica puntata contro.

E’ fondata l’obiezione di chi non capisce perché Berlusconi continui ad occuparsi dei singoli provvedimenti giudiziari che lo colpiscono senza mettere mano a una riforma organica della magistratura, che, come Labouratorio ripete da tempo, tocchi il dogma dell’obbligatorietà dell’azione penale e introduca la responsabilità civile dei magistrati. E’ però ingenuo pensare che il Cavaliere non consideri questo punto di vista e agisca in preda a una furia cieca anti-giudici.

Se l’obiettivo fosse stato infatti solo quello di preservare l’operato del governo dall’azione della magistratura, un lodo schifani opportunamente discusso con il PD sarebbe stata eventualmente una strada più percorribile e meno irritante, come testimoniano le mezze aperture, pur tardive, di alcuni esponenti democratici.

Ma a testimoniare la volontà berlusconiana di rompere in ogni caso la famigerata “tela del dialogo” c’è la violentissima retorica sul buco del bilancio del comune di Roma che lo faceva apostrofare direttamente l’ex sindaco con parole pesantissime: “Veltroni dovrebbe preoccuparsi delle notizie terrificanti sui conti del Comune di Roma che sono una sua responsabilità. E’ un amministratore fallito, dovrebbe ritirarsi dalla politica“. Dette dal principale interlocutore politico del Veltroni medesimo, queste parole hanno inevitabilmente costituito un colpo micidiale per un leader (?) già assediato all’interno del suo partito (?).

Il punto è che Berlusconi si trova più a suo agio in presenza degli anti-berlusconiani e della loro indignazione, tanto lontana dai sentimenti e dalla sensibilità di chi invece, da quasi tre lustri continua a dare la propria fiducia e il proprio voto all’uomo di Arcore. Preferisce spaccare il paese e personalizzare lo scontro trasformandolo in un referendum sulla sua persona che, modesto com’è, ritiene di poter continuare a vincere pressocchè in eterno. Un’opposizione dura e pura è anche un ottimo strumento per ricompattare una maggioranza, la sua, che si preannunciava più riottosa del previsto, come certificato dagli smarcamenti tattici che la Lega ha messo in campo su numerosi provvedimenti: la partita che si gioca qui è tutta interna agli equilibri del centrodestra, con la necessità del Presidente del Consiglio di rintuzzare gli attacchi di Bossi nella contesa per la conquista del Nord del paese. Indebolire l’opposizione, rafforzare la maggioranza e assecondare le sempre vive manie di grandezza, questa la reale lettura del Berlusconi di Giugno.

Per quanto riguarda il PD e più in generale la sinistra, nel registrare lo sconforto per l’incredibile serie di colossali topiche prese dal segretario del PD, sconfessato tanto sulla pretesa autosufficienza, quanto nella principale sponda nello schieramento avverso, si avverte comunque la necessità di individuare una strategia efficiente nel contrastare i disegni del premier.

Il punto di partenza è che l’impresa non è facile nemmeno un po’, come certificato dal fatto che da 15 anni l’unico ad essere riuscito a portarla a termine è stato Romano Prodi con lo schema giustamente archiviato dell’unità di tutti gli antiberlusconiani.

Umilmente ecco il suggerimento di Labouratorio: invece della solita reazione immediata di ritrarsi inorriditi di fronte alle “nefandezze del cattivo” sarebbe forse più utile e senz’altro più intelligente puntare a una sorta di “reazione al second’ordine”, attaccando non tanto e non solo i provvedimenti berlusconiani quanto piuttosto le sue palesi provocazioni e i suoi tentativi evidenti di radicalizzare i propri oppositori, accompagnando sempre la critica al rilancio sul merito della proposta oggetto del provvedimento in esame. Applicato al corto circuito giustizia, questo significa inevitabilmente dare a Berlusca il salvacondotto che inevitabilmente otterrebbe per via parlamentare e rilanciare la riforma della giustizia.

Non andrà così è chiaro, ma resti agli atti che mentre gatto Berlusconi gigioneggiava con topolin Veltroni, Labouratorio dal canto suo scuoteva il capo…

26/6/2008 Andrea Plex Pisauro

3 Luglio: materia condensata. Nel frattempo tutto congiura per non farmi studiare…aiuto!

sparito, sommerso sotto 170 pagine di dispense indecifrabili e infinite moli di appunti…

E’ la Meccanica quantistica relativistica. E’ il direttore generale del CNR, Luciano Maiani.  E’ il 13 Giugno. E’ l’unico obiettivo. A presto…

Il Partito Socialista si appresta a celebrare il suo congresso fondativo dopo la disfatta elettorale del 13-14 aprile che hanno determinato l’abbandono di Boselli. Sono state presentate tre mozioni per la conquista della segreteria, due delle quali hanno già dichiarato il loro candidato segretario. Si tratta della mozione numero 2 “Prima la Politica” che candida segretaria una donna, l’europarlamentare Pia Locatelli, e della mozione numero 3 “Un nuovo inizio per il Partito Socialista” che candida alla segreteria Riccardo Nencini. Io e la compagna Chiara Lucacchioni siamo andati ad intervistarli…

copio e incollo dal blog del compagno e amico Tommaso Inoz Ciuffoletti

[Dalla Sapienza alla Cesare Alfieri] All’armi siam antifascisti

Il sopruso non è sempre fascista. Lo dimostrano proprio le parole di uno dei ragazzi “antifascisti” della Sapienza riportate da Luca Mastrantonio nella sua cronaca di mercoledì scorso sul Riformista. Uno dei sedicenti antifascisti, interrogato riguardo al mai tenuto dibattito sulle foibe che doveva svolgersi all’università, ha dichiarato: “non è il cosa si dice, ma il chi parla che conta”. Una frase che più fascista non si può.

Queste parole in particolare mi hanno fatto tornare alla mente un episodio a cui ho assistito proprio ai tempi dell’università. Era il 2002, se non sbaglio, la sede della facoltà di scienze politiche Cesare Alfieri di Firenze era ancora in via Laura ed io avevo già la tendenza a seguire con scarsa assiduità i corsi universitari. Però i primi di novembre cercavo sempre di essere in facoltà, perché era in quei giorni che i ragazzi del Fuan (Fronte Universitario d’Azione Nazionale), per ricordare il crollo del muro di Berlino non riuscivano a organizzare di meglio che una sfilata per la “giornata anticomunista” e regolarmente capitava qualche tafferuglio con i giovani “antifascisti”. Non che mi piaccia trovarmi in mezzo ai tafferugli o che goda nel

vedere altri che si azzuffano, solo che è sempre istruttivo guardare il vero volto dei sedicenti antifascisti, che messi dinnanzi ai giovani di estrema destra, sembrano davanti ad uno specchio contro il quale si avventano con la stessa foga con cui poi cercano giustificazioni.

Ebbene, quell’anno in particolare fui testimone di un episodio veramente emblematico. Un pomeriggio di fine ottobre, un ragazzo della succitata organizzazione giovanile di estrema destra, si trovava per le scale della facoltà, cercando di appendere i volantini che reclamizzavano la giornata anticomunista. Va premesso che sulle pareti delle scale erano situate delle bacheche assegnate alle varie organizzazioni giovanili della facoltà. Una bacheca per ogni organizzazione. Quella dei giovani destrorsi però era stata più volte sradicata dal muro, mentre, se non ricordo male, il Collettivo ne aveva a disposizione addirittura due e sovente okkupava anche gli spazi degli altri. Il destro giovine stava pertanto cercando, con perseveranza degna di miglior causa, di trovare una sistemazione ai suoi volantini, quando un membro del Collettivo Politico di Scienze Politiche (già dal nome si nota la fantasia al potere), coadiuvato da due pasionarie piuttosto bruttine e ben poco atte a suscitar pasiòn, gli si fanno innanzi. Il giusto del Collettivo afferra i volantini buttandoli a terra e sbrodolando insulti a cui il giovane destro ribatte sbrodolo su sbrodolo. La canizza attira l’attenzione dei diligenti studenti della Cesare Alfieri, che si affacciano per i corridoi. I collettivizzati accorrono piuttosto numerosi e ben presto circondano con aria poco amorevole il giovane destro solitario, invero piuttosto coraggioso, colpevole di aver risposto agli sbrodoli del dirimpettaio e di aver provato ad appendere i suoi infami volantini. Attimi di tensione, ma fortunatamente la ragione ha il sopravvento e, lanciato da non si sa chi, parte un coro che riscalda i cuori, ma fa sbollire gli animi; un Bella ciao urlato a gran voce in faccia al giovane destro, non solo dai collettivizzati, ma dalla gran parte degli astanti, che collettivizzati non sono, però simpatizzano per spirito politically correct. Finisce il coro, ritorna l’amore, il giovane destro, giustamente umiliato per il suo gesto di iubris se ne va mormorando parole di vendetta tra sé e sé, mentre i collettivizzati, fieri di aver salvato ancora una volta la facoltà dalla minaccia fascista, possono tornare alla briscola che avevano interrotto per accorrere a difendere la democrazia.

Il finale di questa storiella avrebbe potuto essere diverso e meno divertente. Perché la madre dell’intolleranza non prende pillole né a destra, né a sinistra. Ricordo però che il giorno stesso, animato da chissà qual nobile afflato, presi unfoglio di quaderno e ci scrissi sopra la celebre voltairiana: “non condivido le tue idee, ma lotterò con tutte le tue forze affinché tu, come me, possa liberamente esprimere il tuo pensiero”. Appesi senza tanti problemi il foglio sulla bacheca del Collettivo Politico di Scienze Politiche (lo riscrivo per ricordare che la fantasia è sempre al potere). Il giorno dopo quel foglio era già stato strappato ed io, sciocco che non sono altro, capii che non poteva che essere così.

da www.labouratorio.it

Si può fare, recitava un famoso slogan di una campagna elettorale di qualche tempo fa. E deve essere stata per quella voluta ambiguità dello slogan che tanti sostenitori di quel partito avvertono oggi un generale senso di smarrimento di fronte alla devastante vittoria di Berlusconi.

Tutti a ripetere bovinamente che si, si poteva fare, e nemmeno uno che si premurasse di chiedere cosa fosse possibile fare.

Certamente non la fantomatica rimonta nei confronti dello schieramento berlusconiano, dato che, a bocce ferme, possiamo pacatamente affermare che la rimonta l’ha effettuata lui arrivando all’incredibile divario di nove punti percentuali e oltre 3 milioni di voti in più…

Quello che si poteva fare, ed in effetti si è fatto, è stato l’eliminazione politica della sinistra di questo paese secondo il mai tramontato slogan “niente più a sinistra del piccì”, dove l’adeguarsi al mutare degli eventi sta tutto nella sostituzione di una d alla c.

Qualcosa che non torna, tuttavia, lo vediamo lo stesso, noi che sul reale significato di quel “si può fare” non ci eravamo mai fatti molte illusioni.

Si perché in definitiva avevamo capito che nelle intenzioni dei vari Democrats a vocazione maggioritaria, lo scopo del Piddì fosse quello di battere Berlusconi e non Bertinotti.

Pensavamo che questa strana creatura partitica fosse stata concepita per “sfondare al centro”, per attrarre su di sé il famoso elettorato moderato, per attrarre i consensi degli indecisi e tante altre simpatiche amenità che ci sono state propinate a intervalli regolari per circa sei mesi.

Già, sei mesi, esattamente il tempo passato da Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico: è interessante notare quale fosse la situazione politica di allora e quale sia quella di oggi.

Meno di un mese dopo il 14 ottobre 2007, giorno delle primarie che hanno incoronato l’ex sindaco di Roma come leader incontrastato dello schieramento di sinistra, accadeva che nonostante la maggioranza risicata al senato, la finanziaria del governo Prodi veniva approvata per un pelo, sconfessando clamorosamente le previsioni berlusconiane di caduta del governo sul provvedimento.

Il susseguente marcamento di Fini e Casini dall’ombra del capo ha determinato quello che fin qui è stato il punto più basso della parabola politica dell’uomo di Arcore, che pure era prontamente uscito dall’angolo estraendo dal cilindro il Partito dal predellino.

Da allora è stato un susseguirsi di avvenimenti in cui ogni mossa veltroniana non faceva che rinsaldare e legittimare la leadership berlusconiana del centrodestra come puntuale contrappeso alla polarizzante nascita della propria leadership personale nel campo del centrosinistra: dalla legge elettorale al tipo di campagna elettorale, non c’è stata mossa che il buon Walter non si sia premurato di raccontarci che doveva essere presa di comune accordo col comune nemico, fino ad arrivare al devastante esito delle urne che, stavolta non di comune accordo, consegna al Cavaliere una maggioranza ipoabissale tanto alla Camera quanto al Senato.

Qualcuno in verità l’aveva detto, il tanto odiato Massimo D’Alema, che fare sponda con Berlusconi era tutto meno che un buon affare. Ma si sa, finchè c’è Walter si può fare e allora tanto vale farlo.

E poco importa se il Piddì ha inseguito il PDL sul piano della spettacolarizzazione della politica, delle candidature creative (dalle belloccie deficienti agli imprenditori forzitalioti passando per le cilicio-munite), della politica fatta solo di slogan, di un inno terrificante quanto quello del PDL.

Poco importa pure che in nome del compromesso utile a vincere ci siamo dovuti subire la favola che era necessario fare accordi con i cattolici, che sulla laicità magari per un po’ era necessario chiudere un occhio.

E poco importa anche che la spinta ideale propria di ogni partito di sinistra sembrava essersi arenata nelle interviste in cui Walter si premurava di ricordarci che il PD è riformista ma non di sinistra.

Si poteva transigere a tutto in nome del fatto che almeno, col nostro voto utile, si poteva fermare il ritorno di Berlusconi. E invece quello che vediamo è che non è stato conquistato nemmeno un voto al centro, e anzi se possibile ne sono stati persi diversi in favore dell’UDC, per capitalizzare quanto più possibile il perverso meccanismo del voto utile degli elettori di sinistra.

Ironia della sorte, i voti del Pd sono i voti dell’antiberlusconismo militante dati a chi, della non demonizzazione di Berlusconi ha fatto la stella polare della propria azione politica.

Ora ci ritroviamo un paese con una gigantesca crisi di rappresentanza che si aggiunge alle sue altre mille crisi, e un capo del governo di cui tutti conosciamo le indiscutibile capacità distruttive.

Ieri alle 20.32 Walter Veltroni commentava così la situazione: “Oggi il riformismo italiano può pensare a se stesso con forza ed energia”. Quando uno nasce vincente c’è poco da fare…

15 Aprile 2007 Andrea Plex Pisauro

E’ ormai giunto il momento degli appelli finali, dopo una campagna elettorale che si è trascinata stancamente per due mesi lasciando una vasta quota di elettorato, specialmente a sinistra, in una condizione di profonda incertezza.

Moltissime persone, in queste settimane, chiaccherando ai banchetti per strada, o contattandoci per le vie più traverse, hanno mostrato un grande interesse per il progetto di costruire, in Italia come già è in tutta Europa, un Partito Socialista che sia il perno di una sinistra, per così dire, “normale”; normale perchè socialista, cioè salda nel difendere gli interessi dei più deboli, alla continua ricerca di una società più giusta, normale perchè laica, cioè rigorosa nel difendere un principio di garanzia per tutti i cittadini, normale anche perchè liberale, cioè che abbia il suo orizzonte nella realizzazione compiuta delle libertà dei singoli di vivere come meglio credono la loro vita.

Una sinistra normale di cui si sente un gran bisogno nel momento in cui il Partito Democratico delude tante delle aspettative che aveva suscitato finendo per rappresentare un contraltare “di sinistra” del famigerato “berlusconismo”, la politica fatta di slogan, immagine e non sostanza, di candidati scelti non per le loro capacità, quanto per la loro fedeltà al padrone e la loro efficacia mediatica.

Il Partito Socialista ha dunque suscitato spesso e volentieri simpatia e attenzione nella fascia di elettorato di sinistra che vede con preoccupazione la deriva presa dal Partito Democratico. Simpatia e attenzione che finiscono però per scontrarsi con il perverso meccanismo del voto utile, machiavellico escamotage per giustificare un consenso altrimenti destinato a svanire.

Sappiamo che per molti la paura del ritorno di Berlusconi avrà la meglio sulla capacità attrattiva del progetto socialista; tuttavia ci sentiamo di chiedere un voto convinto alle liste socialiste, tanto alla Camera al Senato della Repubblica e alla provincia, quanto a maggior ragione al comune di Roma e al Municipio XVII.

Perchè sarebbe tanto più delittuoso far morire, non votandolo, un progetto valido come quello socialista in nome di una rimonta ai limiti dell’impossibile.

Perchè il voto al Partito Socialista è un voto alla sinistra che vorresti, laica, liberale, socialista, ambientalista e di buonsenso e che rischia altrimenti di rimanere minoritaria.

Perchè il voto al Partito Socialista è un voto a donne e uomini che hanno deciso di non svendere la propria storia e la propria idealità per un “democratico” piatto di lenticchie.

A Roma poi, dare il proprio consenso al progetto socialista risulta essere ancora più facile, per la bontà della lista dei candidati consiglieri e per il profilo del candidato sindaco, Franco Grillini, che per coerenza intellettuale e qualità umane è distante anni luce dal candidato sindaco del PD e della SA, Francesco Rutelli, che si potrà sempre votare al ballottagio, se proprio sarà necessario.

In questa pagine troverete inoltre il programma per il Municipio XVII e il profilo del candidato presidente, una lista piena di giovani e di entusiasmo e tanta voglia di (ri)costruire sul territorio l’alternativa Socialista.

Siamo convinti perciò di avere tutte le carte in regole per chiedere il vostro consenso nelle elezioni municipali del 13 e 14 Aprile.

Buon Voto e sempre Avanti!


Partito Socialista - Municipio XVII

da www.labouratorio.it
Siamo incazzati e l’abbiamo detto. Siamo rompicoglioni e ce lo hanno detto. Il motivo per cui siamo incazzati e rompicoglioni sembra essere stato chiarito anch’esso: il paese va allo sbando e questo ci fa incazzare, noi non siamo d’accordo sul da farsi e passiamo per rompicoglioni perché non ci viene consentito di dirlo.

Si è capito pure che a noi, come alla maggioranza degli italiani, questo Partito Democratico, non piace nemmeno un po’, non essendo di destra ma neanche di sinistra. Questo ci rende simpatici anche oltre i nostri meriti. Simpatici si, ma sostanzialmente perdenti, e destinati a sparire.
Tanto che sempre più spesso capita di sentire dall’elettore che si sente socialista (europeo magari) ma che i socialisti (italiani s’intende) non li vota per quel misto di disprezzo del passato e commiserazione del presente che è l’effetto della vocazione minoritaria che troppo spesso ci viene, a torto o a ragione, attribuita.

Indossate dunque le garibaldine camicie rosse, si parta all’arrembaggio per raggiungere due obiettivi:
• il ribaltamento di questi due luoghi comuni (disprezzo per ciò che i socialisti italiani sono stati, commiserazione per ciò che i socialisti italiani sono) per scardinare la nostra immagine di debolezza.
• l’identificazione in un messaggio forte cui associare il senso della battaglia socialista.

La nuova immagine che ci dobbiamo costruire addosso per essere accattivante non può che essere ambiziosa, e da dannosi e insufficienti che siamo visti, dobbiamo puntare a voler essere utili ed apparire necessari.
Dobbiamo innanzitutto smettere di sembrare “quelli che era meglio quando ci stavano i socialisti” e dire ciò che molti in cuor loro già pensano, diventando “quelli che o la sinistra italiana si dice, come in tutta Europa, socialista, o questo paese è destinato a rimanere anomalo e la sua specificità continuerà a condannarlo al declino”. Dire, come labouratorio ha già fatto, che l’anomalia italiana è la questione socialista.
In secondo luogo dobbiamo valorizzare al massimo quella che è la peculiarità della nostra identità, ovvero il nostro essere allo stesso tempo laici, liberali e socialisti (“quelli con tanti aggettivi” come mi disse una volta un ragazzo). E’ un’identità che permette di trascendere il semplice orgoglio socialista e al contempo di suscitare entusiasmo e simpatia in una più vasta fascia di elettorato, soprattutto giovanile.
Laicità, liberalismo e socialismo sono tre connotazioni di cui l’Italia ha un bisogno disperato, ancor più nel momento in cui grossa parte della sinistra sembra aver perso la bussola.
Utili perché laici, liberali e socialisti, necessari perché unici.

Al contempo dobbiamo alzare il volume di fuoco sul Partito Democratico, denunciando l’enorme anomalia che rappresenta e il cumulo di contraddizioni di cui è portatore e che rischiano di cristallizzare la crisi italiana per gli anni a venire. Spariamo alto, l’argomento tattico del voto utile a Veltroni si sconfigge solo alimentando fino in fondo il sospetto che questo voto sia dannoso ancor prima che inutile.
Denunciamo l’operazione di marketing cosmetico che vuole fare apparire il PD come la panacea di tutti i mali del paese. Del resto è molto diffusa nel paese la percezione della profondità della crisi che lo investe, ed è facile fare strada allo scetticismo che le ricette miracolistiche riproposte senza tregua ormai da tempo fatalmente alimentano.
La luce non può che essere in fondo a un tunnel necessariamente parecchio lungo. L’immagine cui dobbiamo legarci sia allora quella del Partito Socialista come l’avanguardia illuminata di un progetto necessariamente a vocazione maggioritaria, che non esita a dire ad alta voce di puntare nel medio periodo a sostituire il tragico sbaglio costituito dal PD.
E’ peraltro indubbiamente più attraente sostenere un progetto d’avanguardia che una battaglia di testimonianza.

Ripulita l’immagine non resta che identificarsi nel messaggio: se il punto di partenza è che questo è prima di tutto un paese ingiusto, dove non vengono riconosciuti e premiati i meriti, il “core” del nostro messaggio non può che essere la liberazione, la rimozione delle cause materiali che impediscono l’effettivo dispiegarsi di “giuste” dinamiche sociali.
Una liberazione dalle mille caste che incatenano la società, in primis la politica, ma anche la magistratura, gli ordini professionali, la Chiesa.
Una liberazione anche culturale, dai precetti benpensanti di una cultura tipicamente ipocrita e bigotta di cui questo paese è imbevuto.
Una liberazione anche dall’idea che nel 2008 sia ancora necessario essere fedeli alla linea e votare per il Partito (democratico), anche quando questo sembra aver palesemente smarrito la bussola culturale.
Una liberazione che è lo sbocco naturale della battaglia laica, liberale e socialista in cui ci identifichiamo.

Rimbocchiamoci le maniche dunque; una nuova immagine, un nuovo messaggio e una nuova determinazione possono e devono sospingere l’avanguardia socialista alla guerra di liberazione.
17 Marzo 2008 Andrea Plex Pisauro

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