da www.labouratorio.it
C’è in Italia un governo arrogante e bugiardo.
E’ il governo che regala la compagnia di bandiera a una compagnia di banditi, lasciandoci in dote i debiti e spacciandolo per un successo. E’ il governo che procede a colpi di decreto esautorando di fatto il parlamento dalle sue prerogative. Un governo che non trova una politica universitaria migliore del taglio indifferenziato di 1,5 miliardi di euro. Lo fa con la conversione del decreto 112 nella famigerata legge 133, pubblica sulla gazzetta ufficiale il 21 agosto e precedentemente consacrata agli altari della cronaca per essere stata approvata in 8 minuti nella veste di pre-finanziaria. Lo stesso provvedimento in cui si stabilisce che i tagli sono collegati ai risparmi derivanti dal blocco del Turn over al 20% per il personale universitario (ogni 5 pensionamenti un assunzione, per la serie che se non lecchi il culo di un barone per almeno una ventina d’anni ti conviene emigrare subito). Solo che il governo si dimentica di dire che l’università italiana è attualmente sotto finanziata rispetto alla media Ocse (la spesa pubblica annuale per studente italiano è di 5400$ contro una media di 8400$) così come il numero di docenti dovrebbe essere aumentato e non ridotto (rapporto studenti/docenti italiani è 20,4 contro una media Ocse di 15,3; ed anche tenendo conto dell’elevato numero di fuoricorso è tutta da dimostrare la necessità di tagliare).
Un governo che invece ci racconta la favoletta che i tagli servono ad eliminare gli sprechi che pure esistono, fingendo di non sapere che in tempi di vacche magre ad essere tagliati sono gli anelli deboli piuttosto che chi detiene il potere in facoltà (leggi rettori e baronie varie), omettendo di specificare i criteri dei tagli che colpiscono pertanto i centri di eccellenza tanto quanto diplomifici di provincia.
Un governo che, fingendo ancora di ignorare che l’Italia non possiede più da tempo una classe imprenditoriale degna di questo nome e ha un tessuto produttivo arcaico e tecnologicamente arretrato, pensa che le università potranno sopperire ai tagli con la trasformazione facoltativa in fondazioni, in cui fantomatici imprenditori privati potranno metterci i loro fantomatici investimenti; una privatizzazione da straccioni in cui gli atenei saranno al bivio di dover scegliere tra la bancarotta e la svendita al miglior offerente.
Un governo che non trova nemmeno una politica scolastica migliore dei tagli. E’ sempre la famigerata legge 133 con la quale vengono aggiunti ai 20000 posti in meno previsti dalla finanziaria 2007 altri 67000 cattedre che non potranno più essere messe a disposizione dell’esercito dei precari della scuola. Nessun licenziamento formale, solo la prosecuzione della via crucis dell’incertezza sul futuro per tanti insegnati che invecchiano in attesa dell’ennesima sanatoria. Tutto ciò giustificato ripetendo come un mantra che “il 97% della spesa del ministero va in stipendi ai professori” dimenticando che con l’autonomia i fondi alle scuole arrivano anche da regioni e comuni, mentre gli stipendi sono l’unica voce di bilancio rimasta in carico al ministero.
Un governo arrogante e bugiardo e ideologico. Che procede, col suo ministro dell’istruzione (l’avvocato-andato-a-fare-l’esame-di-abilitazione- a-Reggio-Calabria-Maria-Stella-Gelmini) ad un ennesimo decreto (il 137) con cui dispiega tutta la potenza della sua fuffa ideologica, a metà tra la scuola della nonna e quella “law and order”, tra maestri unici e voti in condotta, grembiuli ed educazioni civiche. Provvedimenti a metà tra il ridicolo e il dannoso, taluni anche condivisibili, ma fondamentalmente utili più a distrarre l’opinione pubblica dai tagli che a ridare un senso ad un’istruzione pubblica abbandonata ormai all’inefficienza e al degrado.
C’è in Italia una classe dirigente impreparata e incapace, che da più di 15 anni continua a costituire il problema e non la soluzione delle mille crisi che incatenano il paese alle sue contraddizioni. Una classe dirigente priva degli strumenti concettuali e dello spessore culturale per comprendere i profondi cambiamenti politico-economici in atto, di far stare il paese al passo coi tempi e con la globalizzazione.
Una classe dirigente la cui cattiva coscienza per la crisi di cui porta grande responsabilità impedisce di affrontare di petto, senza peli sulla lingua e con la necessaria onestà intellettuale la drammatica crisi che ci ritroviamo.
Una classe dirigente figlia di logiche clientelari e “demeritocratiche”, che ha premiato negli anni la fedeltà al leader e non l’indipendenza di giudizio, e si è pertanto costituita in micro lobby volte alla difesa di sé stesse prima che alla difesa degli interessi dei cittadini.
Una classe dirigente guidata da una classe politica bloccata che ha prodotto un sistema politico bloccato, dominato sempre dalle stesse elites, incapace di rinnovamento perché privo degli strumenti democratici per attuarlo, perché fondato su partiti dove alla mancanza di democrazia si è accompagnata man mano la mancanza di partecipazione.
Una classe politica avvezza alle commistioni tra poteri, alla politica da salotto, alle amicizie interessate con imprenditori altrettanto incapaci ed impreparati, che di volta in volta cerca di piazzare gli amici e gli amici degli amici, nella consapevole mancanza di politiche chiare che vadano oltre il “mettere uno dei nostri”.
Una classe dirigente che negli anni non è mai stata capace di fornire adeguate tutele all’esercito crescente del mondo del lavoro precario, abbandonati all’arbitrio e alle prepotenze dei datori di lavoro. Né la sinistra, impegnata a difendere i diritti acquisiti dai lavoratori già garantiti e a confondere la tutela del posto di lavoro con quella del lavoratore, né tantomeno la destra, ideologica e ottusamente incapace di liberalizzare altro che le fortune del suo leader, hanno mai provato a migliorare il futuro della nostra generazione, che nella successione tra scalini e scaloni avrà scarsissime possibilità anche di guadagnarsi una pensione decente.
Una classe dirigente che ha lasciato deperire vistosamente il sistema dell’istruzione pubblica, tra riforme sciagurate (il 3+2) ed attuate a metà (l’autonomia scolastica), abbandonandola a un fisiologico declino la cui conseguenza prima sarà la formazione di generazioni imbelli e incapaci di cogliere l’amaro destino loro riservato da un paese alla deriva.
C’è in Italia una gigantesca questione generazionale, che riguarda l’enorme divario tra quello che è stato il tenore di vita dei padri e quello che sarà il tenore di vita dei figli non appena i padri non saranno più in grado di mantenerli.
Una questione generazionale che attiene ai diversi strumenti culturali forniti a suo tempo rispetto ad ora, tramite un’istruzione pubblica allo sbando.
Una questione generazionale che riguarda l’accessibilità dei posti di potere e di prestigio, un tempo almeno in parte appannaggio dei meritevoli, ora ricettacolo di raccomandati e fedelissimi dalla schiena curva e dall’atteggiamento sottomesso.
Una questione generazionale sottaciuta dai partiti e dalle forze politiche perché intrinsecamente legata all’evidenza del loro malfunzionamento, che impedisce tra l’altro la formazione e la promozione di gruppi dirigenti giovani e innovativi.
Una questione generazionale non sempre perfettamente compresa nemmeno da chi se ne dovrebbe, per questioni di sopravvivenza, fare portatore: sono gli studenti medi e gli universitari, i lavoratori precari e i giovani disoccupati, gli esclusi e i non garantiti privi di riferimenti politici e troppo spesso incapaci di auto organizzarsi. Fino ad oggi.
C’è in Italia un movimento studentesco, in parte inconsapevole, in parte forse strumentalizzato. Ma non più disposto a cedere e a credere a un simile governo espressione di una simile classe politica.
Un movimento studentesco che se ancora non vede o non crede alla necessità di una combattiva rivendicazione fino in fondo dei propri diritti e delle proprie chanche, di già però ribellandosi grida, ed io con lui, “Noi la crisi non la paghiamo” e “Siamo l’onda che vi travolge”.
Un movimento studentesco che piano piano esce dal guscio della timidezza e affonda gli artigli su coloro dai quali sa di non potersi aspettare nulla, che lentamente sussurra mettiamoci alla prova (l’autoriforma dell’università), metteteci alla prova (“io non ho paura” e la determinazione di bloccare tutto) quasi l’avesse sentito dal nostro direttore.
Un movimento studentesco che prima di tutto diffonde consapevolezza, allarga i propri confini, travalica le appartenenze politiche ed è già questo un successo, il suo successo.
Un movimento studentesco che fa politica più e meglio delle opposizioni parlamentari ottenendo un primo passo indietro del governo sul blocco del turnover (decreto Gelmini sull’università).
Un movimento studentesco che è un’onda che parte da alcuni dei posti in Italia per i quali vale ancora la pena di combattere (le facoltà di Fisica, a Roma come a Pisa) e si diffonde ovunque lungo la penisola crescendo di intensità e coraggio.
Se l’onda sarà lunga e spumeggiante dipenderà anche dalle capacità che farà emergere, dalle idee guida che tirerà fuori e da quanto saprà rendersi attore del gioco politico costringendo gli attori già in campo a seguirne i flutti più ambiziosi.
Non sappiamo se ne verrà fuori qualcosa di buono ma sappiamo che non abbiamo molto altro in cui sperare. Perché forse la cosa più grave che ci è capitata non è tanto che il paese, l’economia l’istruzione e perfino l’opposizione non funzionino, ma che a tentare di farli funzionare siano Berlusconi, Tremonti, la Gelmini e Veltroni. Che questa è una causa persa cui non siamo più disposti a concedere fiducia.
11/11/2008 Plex